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L' Isola - Giglio Castello - Giglio Porto - Giglio Campese - Mare & costa

Isola del Giglio: la storia

L’ Isola del Giglio era conosciuta fin dai tempi più remoti. Lo dimostrano alcuni reperti archeologici (punte di freccia in selce) attualmente giacenti presso il Museo di Antropologia di Firenze, che risalgono all’ età della pietra. Sussistono testimonianze di una presenza etrusca e resti di insediamenti romani, l’ ultimo dei quali è stato scoperto nel corso degli scavi effettuati nel 1982, oltre la via del Saraceno, a Giglio Porto. E’ molto probabile, comunque, che l’ isola, nell’ antichità, abbia avuto solo uso strumentale, sia stata, cioè, un rifugio per chi volesse sfuggire alla legge o a rappresaglie, o sfruttata come zona di esilio (alcuni pensano che il solo nome derivi addirittura da exilium), e non sia mai stata terra di insediamento urbano vero e proprio.

Dovunque ci siano stati insediamenti urbani, prima o poi sono stati rinvenuti luoghi di sepoltura di una certa consistenza. Qui si sono rinvenute armi di pietra, ma nessuna traccia di chi le usava; testimonianze di presenza etrusca, ma nessuna tomba etrusca; resti di ville romane, ma niente che possa farci pensaree allo svolgimento di una vita comunitaria. Con Roma in auge, divenne località di villeggiatura ambita. Vi furono costruite ville notevoli, che, come quella in zona “Castellari”, al Porto, attribuita unanimamente alla ricca e potente famiglia romana degli Enobarbi, non avevano nulla da invidiare a quelle costruite a Giannutri o all’ Argentario. Di cosa sia avvenuto da allora fino al XIII° secolo si sà pochissimo. L’ isola scompare dalla cronaca e vi riappare di tanto in tanto a distanza di secoli.

Al principio del quinto secolo, Rutilio Numanziano ne celebra le bellezze naturali e loda le doti di ospitalità dei suoi isolani. In un documento del secolo nono, i monaci delle Tre Fontane di Porta S. Paolo fuori le mura a Roma ne risultano legittimi proprietari, in seguito a una donazione di Carlo Magno. Successivamente, i monaci la diedero in enfiteusi ai Conti Aldobrandeschi di Sovana, i cui discendenti la cedettero alla Repubblica di Siena. Tra il 1200 e il 1300, l’ isola fu aspramente contesa fra Siena e Pisa, finchè, dopo alterne vicende, passò al dominio alla Repubblica Fiorentina.

Conquistata dal re Alfonso di Napoli, fu data in signoria ai Duchi di Amalfi, che, in seguito, la vendettero a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I°. L’ isola, nel 1558, passava così al costituendo Granducato di Toscana. Fù, quella, una data importante per i Gigliesi, perchè soltanto da allora l’ isola ebbe la protezione di una guarnigione stabile contro le frequenti incursioni dei “barbareschi”, la più memorabile delle quali era avvenuta nel 1534 ad opera di Keir-Eddin, detto il Barbarossa, il quale, dopo avere devastato le mura allora esistenti (probabilmente pisane) e saccheggiato l’ isola, aveva portato a sè prigionieri circa 700 uomini. La strage e la deportazione erano stati tali che l’ isola dovette essere ripopolata. E a ripopolarla furono per lo più i senesi, i cui nomi inconfondibili si distinguono anche oggi numerosi soprattutto al Castello, dove continua a vivere in maggioranza la stirpe originaria.

La presenza di una guarnigione salvò i Gigliesi da tante incursioni minori, ma la popolazione dovette sostenere ancora svariate battaglie e soffrire tanti lutti prima che fosse posta la parola fine alle imprese piratesche; parola che fu pronunciata solo il giorno 18 novembre 1799, quando circa duemila tunisini assaltarono il Castello. Erano sbarcati al Campese senza incontrare resistenza. Gli uomini di guarnigione alla torre, impressionati dalle grosse navi armate e dal gran numero di predoni, furono sopraffatti dalla paura e non si opposero come avrebbero dovuto per evitare una battaglia che avevano considerato perdente. Visto il comportamento della guarnigione, quei duemila iniziarono spavaldi la salita per raggiungere il Castello, certi che la popolazione, per ottenere clemenza si sarebbe messa alla loro mercè. Non fu così! I Gigliesi, tutti, anche i vecchi, le donne e i bambini, erano determinati a combattere fino all’ ultimo.

I Tunisini, che si erano preparati ad una facile preda, quando si resero conto delle difese apprestate furono sorpresi. Tentarono un primo assalto, ma furono respinti. D’ un tratto, così racconta la tradizione, avvenne un prodigio. I Gigliesi, memori che il santo Patrono San Mamiliano, già nel 1452 aveva infuso nei loro antenati la forza di respingere i Turchi, invocarono di nuovo il Santo portandone la statua in processione per le vie del paese. E sarebbe stato un paese distrutto e devastato se tanto improvvisamente quanto inaspettatamente non si fosse levato un vento di rara forza, che costrinse gli assedianti a tornare sulle loro navi che rischiavano di essere travolte.

 

 
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